
Quando si parla di Marx, inevitabilmente lo si associa al partito comunista. In tanti si sono cimentati nelle più strane interpretazioni del pensiero marxiano. Nel mio piccolo, credo che il comunismo, altro non sia che uno fra gli aspetti del pensiero marxiano, forse il meno importante. Del resto il “manifesto del partito comunista” non era altro che un programma politico necessario e momentaneo per la transizione verso una società libera ed emancipata, una società immaginata secondo una precisa filosofia dell’uomo, vero asse portante del suo pensiero. Personalmente, pur condividendo a pieno la filosofia marxiana dell’uomo, non mi ritengo un comunista, o almeno, non nel senso rozzo e transitorio del programma, oltre tutto la transizione di cui prima, venne applicata in epoche sbagliate, presso società arretrate. Di seguito, in maniera quasi scolastica, nel più semplice dei linguaggi possibili: la filosofia dell’uomo.
Il pensiero marxiano, non nasceva dal nulla, ma si inseriva nell’atmosfera dei grandi mutamenti filosofici dell’epoca.
(qualche premessa necessaria)
Due correnti filosofiche, hanno segnato la storia della filsofia dell’uomo sin dalla notte dei tempi: la concezione “eteronoma” e quella “autonoma”. La prima si incentra sull’esistenza di forze sovrumane, di cui l’individuo sarebbe il prodotto, l’emanazione, quindi si basa su di un sistema di valori estratti dall’esterno. Questo è un approccio tipicamente religioso, e non ha importanza se esso si riferisca ad un Dio personificato, all’idea assoluta, al fato etc.
La concezione autonoma rifiuta l’esistenza di qualsiasi forza sovrumana responsabile dell’origine fisica e spirituale dell’individuo e del suo comportamento. Di questo approccio esistono due varianti opposte. La prima, esemplificata per così dire dall’esistenzialismo ateo, prende come punto di partenza l’individuo come una unità spirituale, intesa come unità di volontà, di coscienza, di emozioni etc. esaltando quindi l’individualità. L’altra variante è caratterizzata dal tentativo di interpretare la filosofia dell’uomo, sulla base della società e dei rapporti sociali. Un tipico esempio di questa posizione è rappresentato dalla volgarizzazione del Marxismo nella forma di “materialismo storico”. Infatti anche qui si perde di vista ancora una volta l’individuo, che da creatore della storia, padrone delle proprie decisioni, egli diventa un semplice prodotto, un mero calcolo statistico, un cieco esecutore di leggi storiche.
Questo non è l’autentico Marxismo, è solo la sua interpretazione rozza. Il Marxismo adotta una posizione superiore ed in un certo senso diversa da tutte quelle fin qui delineatesi.
Marx opta per una fondazione empirica di un umanesimo radicale: gli uomini sono i creatori della propria storia e l’esperienza non ci svela nulla di ciò che starebbe al di là della loro azioni, ogni altra cosa è speculazione.
Per il Marxismo punto di partenza è l’individuo, come organismo che agendo secondo un piano concepito nella sua mente, è qualcosa di specifico nella sua individualità.
Nell’indagare il rapporto tra individuo e società, l’unico punto empirico di partenza è l’uomo singolo, l’uomo che pensa, agisce e coopera sempre con gli altri all’interno di una società, e tuttavia si presenta come un individuo separato. Quando Marx insiste ripetutamente sul fatto che la storia venga fatta dagli uomini, egli si oppone non soltanto a chi sostiene che la storia sia opera di forze sovrumane mentre l’uomo è solo il loro strumento, ma si oppone anche a chi considera creatori della storia non gli individui umani concreti, ma degli astratti gruppi sociali.
L’individuo è l’insieme dei rapporti sociali, nel senso che non potendo fare a meno della società, egli è fin dal momento della nascita modellato dalla società di cui è il prodotto.
Questa fu una delle scoperte più geniali di Marx e contiene in nuce tutta la sua filosofia dell’uomo.
Tuttavia la conseguenza di questa scoperta, fu in seguito il distacco, almeno formale, da ogni interesse diretto per la filosofia dell’uomo. Infatti se l’individuo umano è sempre un individuo sociale, cioè se è un prodotto della società che egli crea, allora il suo sviluppo e la sua felicità devono essere interpretati come LIBERAZIONE dalle cause all’infelicità e del pieno sviluppo della sua personalità; il problema che appartiene ad ogni socialismo, si presenta come qualcosa di nuovo, come problema sociale.
Quello che avrà importanza decisiva non sarà l’auto-perfezionamento morale o la volontà dell’eroe quale arbitrario creatore della storia, ne le preghiere a qualche forza sovrumana, ma decisiva sarà la capacità di mettere in moto quelle forze sociali che sono la sola via per eliminare gli ostacoli allo sviluppo della personalità.
Di conseguenza l’accento si sposta, specialmente per quanto riguarda l’azione umana concreta, reale, sulla società e sull’esistenza materiale che modella lo sviluppo umano. Appaiono nuove categorie: classe sociale e lotta di classe, sistema sociale e fattori del suo sviluppo, capitalismo e socialismo, borghesia e proletariato, le diverse modalità di alienazione assumono la forma di lotta contro il dominio della classe capitalista, una lotta che porrà fine alla società di classe e con essa, allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, allo Stato, ai pregiudizi religiosi e di ogni altro tipo e alle principali forme di alienazione.
La meta è il comunismo, nel senso più nobile del termine, la costruzione di una società libera ed emancipata, senza classi, senza confini, senza stato, una libera società interpretata da un UOMO NUOVO, fondata sul principio:”DA CIASCUNO SECONDO LE PROPRIE CAPACITA’, A CIASCUNO SECONDO I PROPRI BISOGNI “